Nonostante tutto, l’aborto non è di sollievo all’angoscia delle donne?

Eccetto il caso aberrante delle donne che sacrificano il proprio bambino perché lo considerano un ostacolo alla carriera, alle vacanze o ai piaceri, le future madri in preda all’angoscia aspettano di essere aiutate e non che si uccida il loro bambino. D’altronde, non è con la soppressione del nascituro che si modifica la situazione di disagio della donna. Le donne che abortiscono sono, in maggioranza, donne sole. La già citata inchiesta condotta in Inghilterra rivela che il 65% delle donne che avevano abortito legalmente erano donne sole. L’aborto risolve il problema della loro solitudine? Oppure, al limite, lo aggrava? Ci si deve rendere conto che l’aborto legalizzato esime la società dall’aiutare la donna in difficoltà. Nel suo dramma essa sopporterà da sola la lacerazione del corpo e dell’anima; sarà risospinta nella solitudine con maggiore tormento. Infatti - per non parlare di rimorso - vi è in qualche modo un’angoscia «breve», che spinge alla decisione di abortire, e un’angoscia «lunga», che fa la sua apparizione dopo l’aborto.

Di qui, preliminarmente a ogni altra considerazione, la necessità di provvedimenti al fine di aiutare le donne in difficoltà e di assicurare loro, quando sono incinte, un «accompagnamento» discreto, efficace e pieno di calore. Potranno così portare a termine la loro gravidanza nelle migliori condizioni possibili, con la prospettiva di affidare il bambino a genitori adottivi, se lo desiderano. In breve, uno dei drammi del mondo attuale è che vi sono troppi bambini senza genitori e troppi genitori senza bambini.

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