I diritti dell'uomo e la democrazia alla luce dell'insegnamento sociale della Chiesa

 

(Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Democrazia, alcune questioni emergenti)

Rivista scientifica La Società, numero 2, anno 2000

 

La democrazia formale

 

Le discussioni sulla democrazia sono state caratterizzate spesso da studi comparati sulla validità dei diversi regimi. Tuttavia, come Marx e Toqueville hanno rilevato, la democrazia formale, calata nelle istituzioni, non permette di valutare le qualità democratiche di una società. Lo studio comparato delle istituzioni riesce quindi utile e indispensabile, ma presenta un interesse limitato per capire ciò che è essenziale per la democrazia. Il cento delle discussioni si colloca ormai ad un altro livello. Anche se non se ne valuta sempre la giusta importanza, oggi è in corso un serio dibattito, che verte sui rapporti tra democrazia e diritti dell'uomo.

 

 

I diritti dell'uomo nella tradizione concreta.

 

Nella sua forma attuale, questo dibattito ha origine dopo la seconda guerra mondiale. La Carta di San Francisco (1945) e, ancor più nettamente, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, hanno voluto fondare la pace interna delle Nazioni, la pace mondiale e lo sviluppo dei popoli su delle solide basi. Sono documenti che hanno voluto rivitalizzare le migliori esperienze della tradizione del diritto naturale. Questa tradizione, già lodata da Cicerone, racchiude in sé due contributi importanti e successivi, che si caratterizzano per un realismo comune: l'uomo non si dimostra; egli esiste ed è soggetto di diritti anteriori al potere politico. 

 

Secondo la tradizione medievale questi diritti sono connessi alla natura dell'uomo, persona, essere unico nel mondo creato, poiché egli è il solo a partecipare all'esistenza di Dio, alla sua ragione, alla sua libera volontà. E' per la sua intrinseca dignità che spettano all'uomo i diritti fondamentale alla vita, all'opinione personale, alla decisione libera. Gli uomini sono capaci di scoprire certe verità riguardanti la loro vita e la loro morte e di tenerne conto nel loro comportamento. 

 

In questa visione essenzialmente realista, i diritti dell'uomo hanno quindi immediatamente un valore universale: dal momento in cui un essere umano esiste egli ha diritto a vedersi riconosciuta la stessa dignità di tutti gli altri esseri umani. 

 

Questa concezione fondamentale dei diritti dell'uomo è rafforzata dalla dottrina complementare della destinazione universale dei beni. L'affamato che ruba un pane non deve scusarsi di aver rubato, perché egli non ruba affatto; egli esercita un suo primordiale diritto alla vita, diritto che comporta il ricorso all'appropriazione privata. La società politica deve essere al servizio di queste persone, il suo ruolo deve essere "sussidiario"; essa deve aiutare le persone a svilupparsi, ciò che non può essere fatto senza il rispetto delle famiglie, dei corpi intermedi e, particolarmente, della nazione. 

 

Nell'epoca moderna, i diritti dell'uomo sono oggetto di un nuovo approccio da parte dei giusnaturalisti. Costoro lasciano tra parentesi il riferimento a Dio. Essi osservano la società, analizzano la natura dell'uomo, confermano la sua naturale sociabilità (Grotius), sostengono che 1'uomo, entrando nella società civile, non perde i diritti inalienabili che egli aveva nella società naturale (Locke).

 

Pertanto, questa concezione moderna presenta una vera affinità con la concezione medioevale, ma se ne allontana su un punto fondamentale: la messa tra parentesi sistematica di Dio. E' vero tuttavia che, nonostante questa divergenza, le due Scuole dei diritto naturale, la medioevale e la moderna, sono alla base di tutte le dichiarazioni dei diritti dell'uomo e, quindi, di tutte le democrazie liberali moderne. Questa doppia tradizione ha imposto l'idea secondo la quale i diritti dell'uomo devono essere proclamati e che questa proclamazione è il pre-requisito logico di tutte le società democratiche. 

 

La Carta di San Francisco (1945) e la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo del 1948 sono i più rilevanti punti di arrivo di questa evoluzione. Ma ciò che era visto in precedenza come appannaggio di società particolari, è riconosciuto ormai come patrimonio comune di tutta l'umanità. Senza dubbio questi documenti hanno un valore sostanzialmente morale, ma i diritti che essi proclamano hanno, per loro stessa natura, una forza operativa. La forza stessa di questi documenti sta nel fatto che non si tratta di atti legislativi, fatto questo che li esporrebbe al pericolo di riscritture e di interpretazioni politiche. Tuttavia, il fatto di essere anteriori alle leggi già presuppone che quelle dichiarazioni debbano essere tradotte in leggi. Gli Stati sono pertanto chiamati a instaurare una società giusta esercitando pienamente il loro ruolo sussidiario, nel significato più ricco del termine.

 

Bisogna riconoscere che questa Carta, questa Dichiarazione, come le Convenzioni e Patti che le hanno seguite, da oltre cinquanta anni hanno imposto l'idea, nella pratica politica, che vi è un rapporto essenziale tra democrazia e diritti dell'uomo e che, dal rispetto di questo rapporto, dipendono, con lo sviluppo, la pace interna delle nazioni e la pace tra le nazioni.

 

 

La reinterpretozione volontaristica dei diritti dell'uomo. 

 

La squalifica della ragione. 

 

Tuttavia, questa eredità prestigiosa viene oggi contrastata per l'influenza di tre fattori. Il primo e più evidente è l'esaltazione dell'individuo e della sua ragione come luogo ultimo di verità: è l'eredità propria del Rinascimento. Il secondo, è la tendenza allo scetticismo ed anche all'agnosticismo metafisico. Il terzo deriva dalla combinazione dei primi due. Ciascun uomo è totalmente libero di scegliere la sua verità e di agire secondo la sua coscienza. Ci sono soltanto individui più o meno dotati, più o meno forti, non più delle persone che condividono la stessa natura. Il significato delle parole dipende dall'interpretazione che ciascuno gli vuole dare. 

 

Ciò che caratterizza questa visione dei diritti dell'uomo, è il primato dato alla volontà piuttosto che alla ragione. Di fronte a questa squalifica della ragione bisognerà cercare di trovate altre basi su cui fondare i diritti dell'uomo e la democrazia. 

 

La nuova via che è scelta in questo doppio obiettivo distrugge nelle sue fondamenta la concezione dei diritti dell'uomo e quindi la democrazia, concezione che è la base dei grandi documenti contemporanei a partire dai 1945. Cerchiamo ora di dimostrarlo con due esempi: il consenso e la tolleranza. 

 

 

Verso la "tirannia del consenso".

 

Dopo le grandi teorie del contratto sociale, e specialmente dopo Rousseau, la società politica è considerata come originata dalla volontà degli individui che rinunciano, totalmente o parzialmente, a seconda degli autori, alla loro volontà individuale. Essi accettano liberamente di obbedire al popolo sovrano e alle sue leggi, espressione infallibile della volontà generale, espressa dada maggioranza. Si ha quindi una "religione civile" che ordina l'obbedienza alle leggi, le quasi sono dotate di una santità civile. Colui che non rispetta le leggi della religione civile è colpevole e deve essere punito senza pietà. 

 

Sotto molti aspetti, l'opera di John Rawls ha contribuito a ravvivare l'influenza di Rousseau e, d'altro canto, quella di Kant. E' inutile accordarsi su qualche verità fondamentale, su norme morali universali. Tuttavia le esigenze pratiche ci sono: noi dobbiamo agire con giustizia. E per agire con giustizia dobbiamo avviare una procedura nel corso della quale noi, che dobbiamo decidere, faremo attenzione alle posizioni di ciascuno per poi prendere le nostre decisioni. La decisione sarà giusta, non perché essa rispetta i diritti dell'uomo che verranno riconosciuti e ai quali si sottomette, ma perché è l'espressione di un consenso, eventualmente derivante da un voto di maggioranza. E' sufficiente osservare le discussioni parlamentari dei nostri giorni intorno a problemi vitali, come l'eutanasia, l'aborto, la sterilizzazione forzata, l'omosessualità, ecc., per rendersi conto di questo modo di pensare. E questo è diventato soprattutto prevalente nelle grandi organizzazioni internazionali. Sotto questo fondamentale aspetto, l'ONU delle origini è irriconoscibile dall'ONU di oggi. 

 

In realtà, il ricorso al consenso è invocato costantemente per superare le legislazioni nazionali, le quali invece continuano, nella maggior parte dei casi, a fare riferimento alla obiettività dei diritti dell'uomo, tipici di altre tradizioni. I governi e i giudici nazionali vengono pertanto intimiditi e screditati. La comunità mondiale e le nazioni che hanno sottoscritto la carta del 1945 e la dichiarazione del 1948 stanno per cadere in una concezione dei diritti dell'uomo che non ha nulla a che vedere con i documenti fondatori dell'ONU. Questa concezione, se dovesse consolidarsi, sancirebbe la impossibilità di una società democratica. Questa affermazione merita più di una parola di chiarimento. 

 

 

Nazioni e Stati: screditati. 

 

Ciò che è grave nella situazione attuale, è innanzi tutto che l'ONU scredita le nazioni in molti modi. Il consenso è invocato per esercitare una pressione sulle nazioni affinché queste sottoscrivano patti o convenzioni relativi alle materie che sono state oggetto di un consenso. Una volta ratificati, questi strumenti giuridici avranno forza di legge per le nazioni partecipanti. Con questa scappatoia è facile far cadere progressivamente in desuetudine dapprima la Dichiarazione del 1948 e poi le legislazioni nazionali. Ma ancor più facile è far passare come "nuovi diritti dell'uomo" ciò che non è altro che il prodotto di un consenso, il quale dà origine a delle convenzioni, ecc.

 

La distinzione, così importante, tra i diritti dell'uomo proclamati nelle Dichiarazioni da una parte e, dall'altra, le legislazioni nazionali che ne concretano l'espressione, viene qui totalmente annullata. Rimane soltanto un testo giuridico, prodotto per l'iniziativa di un'organizzazione che abusa sempre più del suo mandato.

 

Alla fine, ciò che è qui in gioco è l'esistenza stessa degli stati e delle nazioni, le quali saranno ridotte, se questa deriva non è fermata, a non essere più che delle camere di supplenza (per i parlamenti), degli esecutori espropriati di ogni responsabilità (per i governi), o dei giudici, il cui compito principale sarà quello di debilitare la forza della legislazione nazionale.

 

Questa concezione puramente "positivista' o volontaristica dei diritti dell'uomo evidentemente distrugge il principio di sussidiarietà, chiave di ogni pensiero democratico e, se apriamo bene gli occhi, noi vediamo emergere un sistema di pensiero unico, totalitario nella sua ispirazione, nei suoi mezzi e nei suoi fini.

 

Per colmo di inquietudine, già si elabora il progetto di una Corte criminale internazionale (ICC), che a colpo sicuro dovrà evidenziare le infrazioni ai "nuovi diritti dell'uomo", ottenuti con la "procedura del consenso", fissata nelle convenzioni e indefinitamente modificabile secondo il gradimento degli interessi e delle forze in quel momento dominanti. 

 

Dalla tolleranza dottrinale all'intolleranza civile. 

Noi troviamo una conferma a questa diagnosi osservando l'insistenza con cui si fa appello oggi alla tolleranza. Questo termine si è molto affermato dopo il sedicesimo secolo, soprattutto nel caso delle guerre di religione. Tuttavia, un po' alla volta, l'Illuminismo si appropria di questo termine. Questi sviluppi derivano dalla affermazione sempre più chiara dell'autonomia degli individui, della loro libertà di pensiero, dal "rifiuto di ogni dogma", di ogni autorità. Esso risulta pure dallo scetticismo o dall'agnosticismo filosofico: a partire dal principio che non vi è nessun mezzo per conoscere il vero e il bene, ognuno deve rispettare le opinioni e le decisioni degli altri. La tolleranza così intesa evidentemente implica un relativismo morale, per cui l'individuo può effettuare le sue scelte "in totale libertà', sulla base di ciò che gli piace, di ciò che gli è utile. 

 

Questa tolleranza, che si può definire "dottrinale", deve tuttavia essere distinta dalla tolleranza "civile": questa ha per oggetto non delle posizioni filosofiche o morali, ma degli uomini e delle donne concrete. Questi uomini e queste donne io li devo rispettare, quali che siano le loro opinioni. 

 

A prima vista, la distinzione tra queste due forme di tolleranza dottrinale e civile è molto chiara. Io posso, per esempio, rispettare perfettamente M. Dupont, anche se egli non condivide le mie opinioni filosofiche. In realtà, spesso le cose sono molto più complesse. In effetti, se io ammetto il principio che la società in generale e la società politica in particolare deve essere dottrinalmente tollerante, che è come dire indifferente di fronte a tutte le questioni relative alla verità, al bene, al male, ecc., questa stessa società si trova nell'incapacità totale di dire quali sono i diritti umani.

 

A motivo dello stesso agnosticismo che essa implica, la tolleranza dottrinale può dunque sfociare rapidamente nell'intolleranza civile: se, secondo la mia concezione della morale, io posso sfruttare o eliminare altri, gli altri devono dare prova di tolleranza nei miei confronti ed accettare che io li sfrutti. Non vi è più nulla di proibito, dal momento che non vi è più nulla da trasgredire, né da imporre, poiché non vi sono più doveri. 

 

Ora, appunto perché i teorici della tolleranza sostengono il principio che "tutte le idee si equivalgono" e che, quindi, non è lontano lo spettro dell'anarchia, bisogna trovare una via di uscita a questa aporia, a questo cammino senza sbocco. Si sa ciò che allora accade. In un primo momento, si tratta di vuotare di ogni sostanza la Dichiarazione del 1948 e gli altri documenti con gli stessi principi. Si incomincia con l'introdurre delle deroghe, poi queste deroghe sono trasformate in "nuovi diritti". Non si tratta più di considerare che l'uomo e i suoi diritti sono dei valori preminenti. La tolleranza civile, che spingerebbe a riconoscere dei diritti soggettivi, viene qui squalificata in nome di un relativismo soggettivo e della tolleranza dottrinale. Allora, per uscire da questa difficoltà, si dà vita a una nuova concezione dei diritti dell'uomo che non ha nulla a che vedere con la concezione tradizionale, così come l'abbiamo sopra esaminata nella nostra analisi del consenso. 

 

 

Una rivoluzione antropologica. 

 

All'origine di questa nuova concezione dei diritti dell'uomo sta una valutazione riduttiva dell'uomo. Noi stiamo per vivere una rivoluzione antropologica: l'uomo non è più una persona, un essere aperto agli altri e alla trascendenza; egli è un individuo, chiamato a darsi da se stesso delle verità, a formularsi un'etica; egli è una unità di forza, di interesse e di piacere. 

 

Questa antropologia determina subito una concezione puramente empirica del valore. I valori si manifestano nella frequenza delle scelte che si osservano tra gli individui. Valori sono quelli che fanno piacere agli individui. Ora è chiaro che quei valori non possono che dividere gli uomini, giacché per opportunismo spesso io potrei desiderare ciò che anche l'altro desidera. Questa concezione del valore, in definitiva, diventa non soltanto distruttiva del tessuto sociale, ma segna anche l'avvento di una nuova barbarie. 

 

 

Dalla violenza individuale alla violenza istituzionale. 

 

Ne consegue che tutte le volte che a nome di questa nuova concezione dei diritti umani vengono proposti dei "nuovi diritti" individuali - diritto all'omosessualità, all'aborto, all'eutanasia, - si fa un passo avanti sul cammino verso la sacralizzazione civile della violenza. 

 

Tuttavia, il diritto alla violenza individuale dovrà essere protetto dalla violenza delle istituzioni. Per altro, quest'ultima violenza sarà doppia: essa riguarderà certamente i corpi, divenuti "disponibili", ma riguarderà soprattutto la psiche degli individui. Infatti il miglior modo per soffocare la contestazione e la devianza è quello di prevenirle, imponendo all'umanità intera la stessa "nuova etica" codificata nelle convenzioni che hanno forza di legge. Per la sua stessa natura, questa nuova etica non potrà essere che intollerante, perché senza intolleranza non potrà produrre alcuna unificazione sociale, né alcuna massificazione degli individui. Essa allora invocherà una inquisizione, di cui la Corte Criminale internazionale, già citata, sarà certamente il tribunale. 

 

Conclusione: la Chiesa, il suo tesoro, la sua testimonianza. 

 

Di fronte a questa situazione del tutto nuova cosa può fare, cosa deve fare la Chiesa? Cosa può fare, cosa deve fare la nostra Accademia in questi anni in cui noi studiamo la democrazia e in cui si celebra il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione del 1948?

 

Innanzi tutto, è urgente prendere coscienza della situazione senza precedenti di fronte alla quale essa si trova e del tesoro di cui è depositaria. I diritti dell'uomo, così come sono stati evidenziati nella tradizione occidentale classica, devono alla Chiesa un impulso assolutamente decisivo. Un tesoro che la Chiesa ha ricevuto e che essa deve condividere e fare fruttificare.

 

 

La libertà creativa dell'amore. 

 

L'impegno della Chiesa si riassume nelle due parole: persona e sussidiarietà. Maturata inizialmente in un contesto teologico, la nozione di persona è diventata rapidamente oggetto di una riflessione approfondita, che continua tutt'oggi, soprattutto, ma non esclusivamente, nei movimenti personalisti. Questa concezione della persona, capace di distinguere il vero dal falso, il bene dal male, ricorda all'essere umano che egli è responsabile di fronte a dei valori che si impongono a lui, ma anche agli altri. Di qui la centralità del principio di sussidiarietà: le istanze superiori non devono sostituirsi ai corpi intermedi, né alle famiglie, né alle persone. 

 

 

Questo è l'aspetto fondamentale dell'insegnamento della Chiesa sulla democrazia. 

 

Da esso ne discendono alcuni corollari: l'autorità è servizio. Essa è una necessità, che deriva dalla natura sociale e razionale dell'uomo, essa è servizio a favore di coloro che liberamente l'hanno scelta, e che l'hanno costituita. Nessun uomo è preposto al comando se non in virtù di un mandato da parte di coloro che liberamente si apprestano ad obbedire a degli ordini razionali. 

 

L'insegnamento sociale della Chiesa sulla democrazia comporta quindi un duplice principio di moderazione del potere. Innanzitutto, il potere non può essere né immorale, ma neppure amorale. Esso è a servizio della dignità degli uomini. L'interfaccia tra il potere e la morale si realizza nel rispetto e nella promozione dei diritti dell'uomo. Inoltre, la Chiesa suggerisce che il potere sia suddiviso, per evitare che esso sia usurpato, nella sua totalità, da un individuo o da un gruppo di individui. E' anche a motivo della sua concezione della giustizia generale e del bene comune che la Chiesa sostiene la democrazia. Si tratta per i governanti di cercare di creare le condizioni favorevoli alla crescita personale di tutti i suoi membri. Le leggi umane devono essere giuste, non di una giustizia definita per decreto, ma di una giustizia che nasce da un cuore aperto alla libertà inventive dell'amore. 

 

 

Di fronte all'ipocrisia, l'efficacia della testimonianza. 

 

La concezione dei diritti dell'uomo, come è espressa nella Dichiarazione dei 1948, è attualmente oggetto di una contestazione, sempre più ostentata e radicale. Con le sue molte agenzie e l'appoggio di alcune ONG, l'ONU si sta preparando per imporre "una nuova etica", dei "nuovi diritti" che sembrano allargare la libertà per gli individui - intendiamo: libertà di fare non importa che cosa. Questa "nuova etica" si presenta come tollerante; ognuno sceglie la propria verità e le proprie norme etiche, a seconda dei propri interessi. Con questa tolleranza dottrinale la pace tra gli uomini sarebbe - si dice - assicurata. 

 

Ma questa tolleranza dottrinale non è conciliabile con la tolleranza civile, che esige il rispetto di ogni uomo. Questa tolleranza dottrinale priva gli uomini di ogni protezione dalla violenza degli individui che hanno scelto una morale della violenza. Di conseguenza, per contenere questa progressione della violenza, occorre un pubblico potere ancora più violento, che possa disporre non solo dei corpi, ma anche degli spiriti.

 

La "nuova etica" e la nuova concezione dei diritti dell'uomo sono i segnali premonitori di una violenza senza precedenti nella storia, che raggiunge l'interiorità fisica e psicologica di ciascuno. Con una tale concezione dell'uomo, della morale, della società e dei diritti umani, la democrazia diventa dei tutto impossibile. 

 

Non è certo che tutti gli ambienti cristiani siano in grado di rendersi conto della pericolosità di questa nuova concezione dei diritti dell'uomo. La Chiesa sente perciò il dovere di essere vigilante. Essa deve anche essere pronta alla persecuzione, che in effetti è già in corso. 

 

Ciò nonostante, la Chiesa non si chiuderà in una posizione difensiva. Richiamare l'attenzione sulle devianze dell'ONU è un servizio urgente che essa deve fare alla comunità umana. Il suo coraggio non mancherà di risvegliare altro coraggio. Di fronte alla metamorfosi dell'ONU, la Chiesa appare oggi come la sola istituzione portatrice di una concezione dell'uomo che è propria dei regimi democratici e che fa dell'instaurazione di tali regimi un dovere morale. La Chiesa, fin dalle sue origini, come risulta nell'Apocalisse, si è battuta, nel nome di Dio e dell'uomo, contro l'impostura di un potere usurpato. Oggi essa deve dichiarare che è iniziata una nuova guerra: una guerra totale contro l'uomo. Una guerra che vuole dapprima alienare l'uomo, per poterlo poi distruggere. Una guerra che vuole alienare l'uomo nella sua ragione e nella sua volontà, nelle quali si manifesta la sua prodigiosa somiglianza con Dio. Una guerra insensata, in cui la morte di Dio avrà come prezzo la morte dell'uomo. 

 

E' privilegio e missione della nostra Accademia di essere una assemblea di custodi, chiamati a segnalare alla Chiesa, ma anche a tutti gli uomini, le difficoltà e le trappole, di indicare le boe di segnalazione e, soprattutto, di rendere conto dell'esperienza di cui noi siamo allo stesso tempo portatori e testimoni. 

 

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